venerdì 10 maggio 2019

LE PIETRE DEL TEMPO



I nuraghe fra rovina e rinascita.


Pietrino aveva sì e no dieci anni, quando vide per la prima volta un nuraghe. Suo padre Gaspare, di ritorno dalla guerra, aveva acquistato un piccolo terreno nelle vicinanze. Erano tempi duri, ed essendo il primogenito, nonché l'unico figlio maschio, dovette lasciare la scuola per occuparsi del bestiame. Il podere era invaso da rovi aggrovigliati ed alberi cadenti, gli ci vollero giorni per ripulirlo.
"Dobbiamo costruire un muro." disse il padre quando ebbero finito.
"Perché?" domandò lui.
"Per le pecore." rispose senza dilungarsi il genitore.
Secondo le sue direttive, il giorno dopo Pietrino cominciò a racimolare le pietre che trovava nei paraggi, disponendole in modo tale da formare un grosso cerchio.
"Servono massi più grandi." osservò Gaspare, pettinandosi la folta barba corvina con la mano.
Senza aggiungere altro, si incamminò. Pietrino gli andò dietro, seguendone l’ombra ciondolante, sino a che non giunsero davanti al nuraghe.
Con gli occhi socchiusi per via del forte sole, il bambino osservava a distanza suo padre, faticosamente intento a far rotolare giù dalla cima, uno dei grossi massi.
"Che fai lì? Vieni ad aiutarmi." gli urlò lui.
Zampettando fanciullescamente, Pietrino raggiunse i piedi della struttura, per poi salirvi. Era sul punto di spingervi giù una pietra, quando esitò.
"Ma, possiamo prenderli? " domandò ingenuamente.
Gaspare, che ne aveva già fatte rotolare giù un paio di pesanti, si arrestò un istante per dar sollievo alla schiena.
"Sono pietre, non le stiamo mica rubando." replicò poi.
Una settimana e mezzo dopo, la parte est del nuraghe era collassata. Nei mesi a seguire, altri uomini che avevano fatto ritorno a casa dal fronte, acquistarono terreni da quelle parti, e tutti attinsero dall'antica costruzione.
Ogni qualvolta vi passava davanti, Pietrino vedeva il nuraghe sempre più spoglio, e non poteva non domandarsi se ciò fosse giusto.
Solo divenuto adulto, si rese conto della gravita di quanto aveva visto accadere. Sapeva che suo padre, come tutti quegli altri pastori, non era una persona cattiva. Non poteva biasimarlo per aver vissuto in un tempo tiranno, in cui l'istruzione era un lusso spettante a pochi. 


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Attraverso datazioni è stato rivelato che i primi nuraghe in Sardegna risalgono agli inizi del II millennio a.C., vale a dire a circa 4000 anni fa. Hanno perciò dovuto fare i conti con il logorio del tempo, e fenomeni atmosferici di varia natura.

La storia ci racconta inoltre di numerosi invasori, subentrati gli uni agli altri nel corso dei secoli. Dai fenici e cartaginesi prima, ed i romani poi, in Epoca Antica. Passando per l’Epoca Medioevale, con i vandali e i Bizantini, sino al regno aragonese. Per giungere infine all’Epoca Moderna, con la dominazione spagnola e quindi quella sabauda.
E fu proprio sotto il Regno dei Savoia, che si ebbero i maggiori danni. Quando nel 1820 Vittorio Emanuele I fece emanare l’Editto delle chiudende, pubblicato tre anni dopo, con il quale autorizzò la chiusura dei terreni comuni. I nuraghe divennero perciò banali depositi, dai quali attingere per la costruzione dei muretti a secco. Con lo sviluppo della rete viaria poi, le grosse pietre furono anche impiegate come basamento sul quale realizzare le strade.

Il mio racconto tuttavia, è ambientato in un tempo maggiormente prossimo al nostro. Gli anziani narrano infatti, di come anche allora, alcuni pastori, chi per ignoranza chi in malafede, avevano l’abitudine di ergere muri con le pietre rubate ai nuraghe.

Il 28 Novembre 2018, i muretti a secco sono divenuti Patrimonio dell’Umanità. Questa a mio avviso, è stata una decisione lodevole quanto doverosa, considerando che la loro origine è dovuta alla caduta di monumenti così antichi.

Eppure, se ci riflettiamo affondo, in tale deturpazione ci si può vedere anche del romantico. Di fatti, quei confini di pietre ricoperte di muschio, sono divenuti oggi una vera e propria caratteristica rappresentativa e riconoscibile del paesaggio sardo.
Ritengo adesso appropriato far cenno alla Legge della conservazione della massa, che trova origine dalla Legge di Lavoisier (scienziato francese del 1700), e nella quale si afferma che: << Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. >>
E di fatti ciò è alla base dell’intera esistenza del mondo, non solo a livello materiale, ma anche sotto il profilo culturale. 


Restringendo il concetto alla sola Sardegna, basti pensare a quale influenza hanno avuto le civiltà che vi hanno messo piede, e quanto queste abbiano arricchito la nostra storia. 
Tanto che persino la scrittrice Grazia Deledda ce lo ricorda, quando nella prima parte della poesia “Noi siamo sardi” scrive << Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi. >>

Alcuni nuraghe, figli di un tempo lontano, rivivono oggi sotto altre spoglie, i muretti a secco. Anch'essi divenuti ormai testimoni del passato, e simboli del presente.
Per concludere questo articolo, voglio fare una considerazione generale sulla valorizzazione non solo dei nuraghe, ma di tutti quei reperti storico che impreziosiscono il territorio sardo.
In alcune città, vengono dei veri e propri tour guidati, che danno nuova luce ai siti archeologici altrimenti dimenticati, consentendoci di poterne godere. Ma non solo, si sono così creati anche dei posti di lavoro, incrementando il turismo. 
Faccio l’esempio di Arzachena, in cui ho avuto il piacere di vivere una piacevole giornata di apprendimento all'aria aperta, come testimoniano queste foto.

Ed  è qui che arriva la nota dolente, perché non in tutti i paesi si valorizza questa risorsa. Molti siti archeologici sono abbandonati, lasciati in balia del tempo, ed addirittura la loro esistenza è sconosciuta agli stessi abitanti.
Io ritengo che ciò sia dovuto allo scarso interesse, nonché alla totale ignoranza di quei comuni, che piuttosto che creare punti di attrazione da rivalut
are, pubblicizzare e con i quali riuscire persino a guadagnare, ne ignorano le potenzialità.
Non pretendo che siano in grado di apprezzarne il valore storico, ma perlomeno che facciano in modo di non farli crollare. Anche se per loro sono solo delle pietre, dovrebbero almeno comprendere che gestendoli, si riuscirebbe ad avere un tornaconto economico.

Detto questo, siamo arrivati alla fine.
Spero che abbiate trovato questa lettura gradevole.
Come sempre, qual ora ne aveste piacere, vi invito a condividere l’articolo sui social.

Un caro saluto,
Gabriele.


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